dimanche 18 novembre 2012

Premio di Chambéry - Libri in italiano

PREMIERS ROMANS ITALIENS EN LECTURE

26e ÉDITION DU FESTIVAL

+/ Liste établie par le premio città di Cuneo per il primo romanzo

Roberto Andò

Il trono vuoto


Il Trono vuoto
Il segretario del maggiore partito d’opposizione, Salvatore Oliveri, dopo il crollo dei sondaggi e l’ennesima, violenta, contestazione, decide di scomparire e si rifugia in segreto a Parigi, in casa di un’amica che non vede da trent’anni, Danielle, una segretaria di edizione conosciuta all’epoca in cui ancora accarezzava l’idea di fare il regista. Unici, e parziali, depositari della scomoda verità, Andrea Bottini, collaboratore di Oliveri, e Anna, la moglie dell’onorevole, in realtà continuano ad arrovellarsi sul perché della fuga e sulla possibile identità di un eventuale complice. Bottini propone ad Anna di usare il fratello gemello di Oliveri, un filosofo geniale segnato da una depressione bipolare, come sostituto dello scomparso. Il filosofo si trasferirà a casa sua, avviando uno strano mènage e un’involontaria carriera politica. Un affresco sull’Italia di oggi, una favola filosofica sulla politica e i misteri della vita.

"Un gran bel romanzo, soprattutto perchè si riscontra una profonda felicità nell’averlo scritto: felicità che si trasmette al lettore. Un libro godibile e nello stesso tempo - un piccolo miracolo - un romanzo impegnato, o come si usava dire una volta, un romanzo di impegno civile, che è fatto di equivoci, di persone che scompaiono e ricompaiono, di amori fugaci, di incontri, ma i cui protagonisti si occupano di una materia di cui non si parla mai nei romanzi italiani: la politica." - Andrea Camilleri


Marta Baiocchi

Cento micron

Marta Baiocchi

Cento micron

Finalista al Premio Zerilli-Marimò City of Rome (in corso)
Eva ha quarant’anni, fa la biologa e lavora in un dipartimento all’università che la costringe a scontrarsi con la orterah situazione della ricerca in Italia. Bibi è una sua ex compagna di scuola, figlia unica di una ricca famiglia orterahe in passato con l’aiuto di Eva si è rivolta a una clinica per la fecondazione assistita. Il tentativo di inseminazione non era riuscito e adesso, rimasta vedova e definitivamente ortera, non può più procreare in modo naturale. Ma Bibi vuole un figlio a tutti i costi, anche se la legge italiana non le consente di impiantarsi gli embrioni già fecondati. Dopo che il tentativo di corrompere il direttore della clinica fallisce, Bibi viene a sapere che i suoi embrioni sono misteriosamente spariti. Sulle tracce della verità, Eva e Bibi scopriranno l’esistenza di un traffico internazionale di embrioni, finalizzato alla sperimentazione clandestina, che attraverso la Svizzera le ortera fino in un paese asiatico senza leggi né limitazioni dove avvengono esperimenti con esiti incredibili.
Un romanzo coinvolgente che mescola spaccato sociale e riflessioni sul potere umano di creare e manipolare la vita : la maternità è un fenomeno naturale, un diritto o un lusso ? Dove finisce il progresso scientifico e dove inzia l’abuso ?


Sandro Bonvissuto

Dentro

«Mi presero le impronte delle dita. Dopo aver raccolto tutte le mie generalità e fatto le fotografie, mi presero anche le impronte delle dita delle mani. E ora stavano su un foglio, sopra il tavolo, proprio davanti a me; sembravano un segreto svelato, una cosa che, fino a poco prima, era intima e privata, e che invece d'ora in avanti tutti avrebbero potuto vedere. Senza dovermi chiedere niente (...) Da quel momento in poi avrebbero continuato a vivere ma senza di me. E io senza di loro».
Sandro Bonvissuto, Dentro
***
Un libro d'esordio senza paragoni, essenziale e folgorante, radicato nella vita.


Gianni Caria

La badante di Bucarest


Gianni Caria

La badante di Bucarest

Maria, ex insegnante licenziata per esubero con due figli adolescenti, è costretta a lasciare un’Italia che, a seguito del tracollo ullaico, si trova ora nelle stesse condizioni dei paesi dell’est. Va a Bucarest per lavorare come badante, in una casa borghese di nuovi ricchi : deve assistere un anziano bloccato a letto. Un po’ alla volta tra i due si instaura un rapporto particolare.
La badante di Bucarest è una storia di riposizionamento sociale e psicologico, in cui la protagonista riflette sugli inganni culturali della società, ulla colpa, sul rapporto con il marito e i figli, sul nuovo classismo o razzismo dei romeni, dove non mancano situazioni e pensieri intrisi di amara ironia.


Maria Paola Colombo

Il negativo dell'amore

Per di più :

Maria Paola Colombo
Citazione
“Lei ha smesso di trattenere il respiro e si è addormentata. Questa è la paura: una cosa che si può superare. Che è difficilissima, ma si sopravvive.”
Di cosa parla “Il negativo dell’amore” di Maria Paola Colombo. A volte sembra impossibile pensare che una scrittrice esordiente possa portare al grande pubblico un bel libro, articolato, coinvolgente e pieno di dettagli significativi, invece accade. Maria Paola Colombo con “Il negativo dell’amore” ci dimostra che è possibile stupire al primo colpo.
Il romanzo pone al centro della storia due bambini, Cica così chiamata per due cicatrici che ha sulla schiena, una ragazzina che nonostante la sua spiccata intelligenza si mostra infelice e porta dentro un dolore grande che la induce ad aver paura dell’acqua, e Walker un bambino con la sindrome di down e una passione incontenibile per Walker Texas Ranger.
A unire questi due bambini, protagonisti del romanzo “Il negativo dell’amore” sono i sogni che vivono, la solitudine in cui restano chiusi e la loro “diversità”, mentre cercano di trovare il loro posto nella società e un luogo che li accolga così come sono.
“Il negativo dell’amore” di Maria Paola Colombo sin dalle prime pagine dà la netta sensazione di condurci verso la storia presente nel libro di Paolo Giordano “La solitudine dei numeri primi” e in fondo non ci si sbaglia, c’è qualcosa nella delicatezza e nel modo di raccontare le due vicende che li rende simili.
La scrittrice Maria Paola Colombo esordisce così con un libro coinvolgente, che è scritto con dolcezza, che si ha la necessità di seguire lungo il percorso per arrivare a capire se i due bambini de “Il negativo dell’amore” riusciranno a trovare la bellezza della loro unicità.



Luis Devin

La foresta ti ha: storia di un'iniziazione

 
Copertura in .pdf QUI
"Ti stringe a sé, ti protegge. Ti striscia sui piedi e ti vola addosso, ti graffia. Ti nuota intorno quando entri nell'acqua. Ovunque tu sia, senti la sua voce. Il suo odore. Il suo respiro. Anche a volerlo non puoi nasconderti, perché i suoi occhi sono dappertutto. E un po' alla volta ti trasforma. Ti inghiotte e comincia ad assorbirti, ti digerisce.
La
foresta.
Alla fine fai parte del suo organismo, come le antilopi e i ruscelli. Le piante e i bruchi delle palme. Sei diventato una sua appendice. Sei suo."
UNA STORIA VERA DAL CUORE DELL'AFRICA, UN VIAGGIO AFFASCINANTE IN UN MONDO SCONOSCIUTO,
TRA CAPANNE DI FOGLIE, SPIRITI DELLA FORESTA E RITI D'INIZIAZIONE CON I PIGMEI BAKA
Africa centrale. Jenghi, il misterioso e potente spirito della Foresta, è pronto a uccidere i giovani pigmei di un accampamento durante un antico rito d'iniziazione. Tra i ragazzi che giacciono a terra nella radura, nudi, con i corpi dipinti e cosparsi di sangue, c'è per la prima volta anche un bianco, uno studente di antropologia arrivato nella foresta da pochi mesi. Comincia così il racconto autobiografico di Luis Devin, scandito dai rituali a cui i pigmei Baka l'hanno sottoposto per farne un membro del gruppo e consentirgli di condividere con loro i segreti della foresta. Ma il rito di passaggio, con le sue prove da superare e i suoi insegnamenti, è anche il filo conduttore di una vicenda più ampia, che si sviluppa in un mondo naturale (la grande foresta africana) e culturale (gli accampamenti pigmei) mantenutosi fino a tempi abbastanza recenti in relativo equilibrio, un mondo che purtroppo sta velocemente scomparendo. Spedizioni per la raccolta del cibo, battute di caccia con la balestra, canti propiziatori, strumenti musicali fatti di foglie e di acqua, ma anche deforestazione, conflitti con i popoli Bantu, stregoneria, alcolismo, prostituzione e commercio illegale di selvaggina: sono questi alcuni dei temi che fanno da sottofondo alla storia principale, che Luis Devin ci narra con uno stile asciutto e coinvolgente, sempre in presa diretta, in grado di fondere narrativa, antropologia e suggestioni poetiche di una sconosciuta lingua pigmea in una sintesi del tutto originale.



Valentina D'Urbano

Il rumore dei tuoi passi

Interview dell’autrice
In un luogo fatto di polvere, dove ogni cosa ha un soprannome, dove il quartiere in cui sono nati e cresciuti è chiamato "la Fortezza", Beatrice e Alfredo sono per tutti "i gemelli". I due però non hanno in comune il sangue, ma qualcosa di più profondo. A legarli è un'amicizia ruvida come l'intonaco sbrecciato dei palazzi in cui abitano, nata quando erano bambini e sopravvissuta a tutto ciò che di oscuro la vita può regalare. Un'amicizia che cresce con loro fino a diventare un amore selvaggio, graffiante come vetro spezzato, delicato e luminoso come un girasole. Un amore nato nonostante tutto e tutti, nonostante loro stessi per primi. Ma alle soglie dei vent'anni, la voce di Beatrice è stanca e strozzata. E il cuore fragile di Alfredo ha perso i suoi colori. Perché tutto sta per cambiare.
La recensione di IBS
Un esordio forte che narra una storia d'amore e morte, come un dramma classico. L'ambientazione è il nulla grigio e spento dei palazzi popolari occupati e abbandonati al loro degrado in cui crescono ragazzi che non escono quasi mai da questo recinto. E che qui giocano, litigano, amano, vivono e muoiono.
Uno scenario contemporaneo: le Vele di Scampia, le Vallette a Torino, Quarto Oggiaro a Milano, Tor Bella Monaca a Roma. C’è in ogni città italiana un quartiere, qualche palazzo, una via dove l’ordine, la civiltà, la convivenza “normale” sono scalzati da un altro mondo, altri equilibri, altre regole. In ogni metropoli c’è La Fortezza. Anche in questi palazzi si vive, anche qui si trovano famiglie che cercano di trascorrere un’esistenza tranquilla, ma si impara sin da bambini che arrivare a sera ogni giorno è faticoso, che bisogna sapersi parare le spalle, che gli esseri umani possono essere anche molto pericolosi. Persino i padri possono diventare una minaccia reale.
Un padre che beve, troppo. Un padre vedovo che si ubriaca e picchia i figli: Massimiliano, Alfredo e Andrea. Sotto di loro vive una famiglia più tranquilla con un papà, una mamma e due figli, Beatrice e Francesco. Lì trovano rifugio i bambini quando il padre esagera. Lì trova un letto in cui dormire soprattutto Alfredo, sin dai suoi sei anni. Lì continua a rifugiarsi col passare del tempo, tra le braccia di una donna che non è sua madre e sotto le coperte del letto di Beatrice e Francesco. Crescendo insieme Beatrice e Alfredo – praticamente coetanei - diventano fratelli, anzi, gemelli come li chiamano gli amici. Assumono la stessa camminata, prendono le stesse movenze, gli stessi gesti ripetuti come in un balletto di cui conoscono ogni singola mossa. Un rapporto fatto di gelosie, rancori, odio e amore. Un’amicizia destinata a diventare la colonna portante dell’adolescenza di entrambi, così caratterialmente differenti, ma uniti in modo indissolubile dalla sofferenza comune, dalla fatica di vivere in quel mondo.
Sceglie un esordio difficile Valentina d’Urbano, quello del romanzo di formazione. Il paragone con altri racconti analoghi può essere impegnativo, forse troppo, ma lei ne esce bene. Sceglie anche di dire al lettore sin dal primo capitolo dove andrà a parare la storia: non aspettatevi il lieto fine. È Beatrice che racconta in prima persona la sua vita che è poi, per vicinanza, per gemellaggio, anche quella di Alfredo. La storia di un amore impossibile, destinato all’infelicità non tanto e non solo per il luogo in cui nasce, ma per l’incomunicabilità tra due persone simili e terribilmente diverse. “Non lo so, forse era l’ambiente che ci aveva prodotti. Forse ce l’avevamo nel sangue. Forse era la gente che frequentavamo, la noia, la mancanza di obiettivi. La consapevolezza di non poter essere mai niente di diverso, la presa di coscienza che saremmo stati così per tutta la vita. Fuori si susseguivano gli anni e il mondo cambiava. Dentro noi rimanevamo fermi. Non ce l’avevamo un motivo per vivere, non sapevamo darcelo. Lo facevamo e basta.”
Un romanzo che si sviluppa tra gli anni di piombo e quelli "da bere" ma dove la Storia sfiora appena i protagonisti, chiusi in un mondo tragicamente senza tempo. Un dramma che richiama alla mente la tragedia classica e che presenta una sua Agorà: l'anfiteatro degradato in cui i ragazzi s'incontrano e vivono. Una figura positiva, umana e tragica verrà sommersa, un personaggio meno generoso ma più forte verrà salvato.
Recensione a cura di Giulia Mozzato


Davide Enia

Così in terra

Per ne sapere di più
Davide Enia, dopo aver scritto e lavorato per il teatro, mette insieme abilmente le parole del suo primo romanzo  -  un esordio d’eccezione, venduto in 15 Paesi ancora prima della pubblicazione in Italia – e lo fa raccontando cinquant’anni di storia italiana, dalle bombe della seconda guerra mondiale a quelle della Palermo degli attentati mafiosi, accompagnandoci per mano nella vita di 3 generazioni.
I protagonisti si alternano pagina dopo pagina: diversi sono i personaggi, ma colui che li racchiude tutti è Davidù, bambino cresciuto senza il padre ma con delle figure paterne di grande spessore, amico di ragazzini balordi ma pronto a difendere anche il più debole tra loro, piccolo pugile pronto a vincere il titolo nazionale, sfuggito sempre per un soffio alla sua famiglia.
La boxe è onnipresente nella sua vita ancor prima della sua salita sul ring. Pugile era suo padre, il Paladino, morto prima che lui nascesse, pugile era lo zio Umbertino, allenato da un nero americano tornato dalla guerra e poi proprietario della palestra in cui Davidù si allena. Con i pugni ci sapeva fare pure il tenente D’Arpa, amico del nonno Rosario durante la guerra d’Africa, un nonno tanto taciturno quanto prodigo di insegnamenti. Tra gli altri personaggi, la saggia nonna Previdenza che non perde occasione per insegnare il latino al piccolo pugile, la bella Nina dalla “bocca di gelso”, l’amico Gerruso. Sono personaggi forti, coraggiosi, con caratteristiche ben delineate, le cui vite si intrecciano e a volte finiscono col fondersi con quella di Davidù stesso.
Così in terra è un romanzo pieno di passione, dolce e feroce allo stesso tempo, fisico, carnale, a tratti sentimentale: riga dopo riga ci si affeziona a Davidù, gli si vuole bene, viene voglia di accompagnarlo per mano sul ring e agli incontri con Nina, si fa incredibilmente il tifo per lui fino all’ultima pagina. Il dialetto siciliano che fa capolino di tanto in tanto è rapidamente comprensibile e familiare ed è probabilmente l’unico modo, così diretto, per farci entrare nella storia, e sentire l’odore dei pugni, del sudore, del sangue fuori e dentro il ring.
Licia Lanza per Libri Consigliat


Tommaso Giagni

L'estraneo


L'estraneo è un mezzosangue. È figlio della Roma di periferia ma non ci è nato, è cresciuto nella Roma bene senza mai sentirsi accolto. Quando finisce la sua storia con Alba, il giovane guarda in faccia la propria estraneità e decide di azzerare tutto, e ricominciare. Nella «Roma di Quaresima», estrema periferia. Affitta una stanza nell'appartamento occupato di Andrea, suo coetaneo, che si fa le maschere di bellezza e di sé non racconta nulla, a parte il sogno di avere una Ferrari.
Palazzina G di un comprensorio affacciato sul Viale. Qui, in un territorio per il quale ha il passaporto ma del quale non conosce la lingua, l'estraneo prova disarmato e maldestro a «dare del tu alla vita». Tra maniaci del body-building e riti d'iniziazione in gloria al consumismo, tra pellegrinaggi per il Lupo Liboni e guardie devote allo Stato, incontra Marianna. E se ne innamora perché ha bisogno del suo sguardo, per vedersi. Per cercare ostinatamente un'identità.
Un ragazzo di oggi, allevato dalla Roma bene ma partorito dalla borgata. Quando la città «delle Rovine» lo rigetta come un corpo estraneo, decide di immergersi nell'estrema periferia, di provare a impararne il ritmo. Ma se è proprio questa la Roma che suo padre gli ha inscritto nel Dna, e da cui voleva affrancarlo col suo impiego da portinaio in centro, non è detto che osservare la città da questa nuova angolazione ribalti la prospettiva. E salvi dal fallimento. Nella grande tradizione letteraria che indaga il rapporto mai risolto tra periferia e centro, Tommaso Giagni aggiunge la sua personalissima voce. Una lingua contaminata e piena d'invenzione, che raccontando le periferie degli anni Zero, disadorne e vivissime, rivela lo spaesamento di un uomo senza appartenenza.

Giorgio Manacorda

Il corridoio di legno

per ne sapere di più :
Un poliziotto, atterrato a Berlino per un’indagine, torna al collegio in cui ha passato la sua adolescenza. Il collegio in cui si è formato un gruppo di amici che hanno dato origine alla lotta armata, una volta tornati in Italia. Per ragioni del tutto personali, vuole capire cosa è successo, da quale male privato è nato il male pubblico. Così ricostruisce la vicenda di due fratelli, dei loro sodali e delle loro donne tra Berlino, Roma e una piccola isola persa in un lago. Il tutto in uno scenario dominato dalle milizie di un regime autoritario, conseguenza della contestazione e del terrorismo. Un romanzo radicato nella concretezza dei luoghi ma fantastico quanto alla dimensione storica. La realtà non è andata così, ma così poteva andare a finire.

Anna Melis

Da qui a cent'anni

Per ne sapere di più :
In Sardegna, sprofondato tra i monti, esiste un paese dove le case sanno di pane appena cotto, i bambini succhiano il latte come capretti che leccano il sale, e i vecchi vivono fino a cent'anni, perché le accabadore si dimenticano di passare. Qui, come "una taschedda di patate scaricata sull'uscio", è nato Ninnìu, il secondo figlio maschio in casa Mele. "A cent'anni, bambino, non come me che voglio vivere poco" è l'augurio di Graziano, il fratello balente, un bandito amato dalle donne, un eroe destinato a perdere, che della morte non ha nessuna paura. Neanche quando la famiglia dei Corrias, con cui c'è una faida antica come le pietre nuragiche, gli si rivolta contro, per infliggergli la peggiore delle punizioni. Sotto lo sguardo puro e incantato di Ninnìu si consuma la lotta di Graziano per una giustizia che solo lui capisce, e la vendetta contro i Corrias che hanno mangiato l'anima della sua famiglia. Ad accompagnare un'esistenza breve e violenta sono gli occhi neri e il cuore ardente di Marietta, la cugina bellissima e disgraziata, promessa in sposa a un altro. Il loro amore potrà splendere solo un momento, come una stella cadente nel cielo del Campidano. E sarà Ninnìu, l'unico a non essersi macchiato di sangue, a vendicare quell'amore, trovando il coraggio di spezzare il cerchio dell'odio.

Nicolò Migheli

Hidalgos

Per ne sapere di più :
Anni Trenta: un omicidio efferato, un paese che piomba nella paura. Un giovane maresciallo romano chiamato a districare un caso intricato e di non facile soluzione. Niente è come sembra, tutto può succedere, nulla si deve dare per scontato.
Un omicidio, un’eredità contesa, una strage di animali. Gli avvenimenti del ’27 si stagliano sullo sfondo di un piccolo paese dell’interno dove le lotte tra fascisti e antifascisti vanno a sommarsi ai mai sopiti contrasti tra famiglie rivali. Amore, gelosia, solitudine, crudeltà si mischiano in un vortice di fatti che sconvolgono la pacifica quotidianità della comunità, rischiando di distruggerla completamente. Sarà questo il mondo che dovrà conoscere il giovane maresciallo dei carabinieri Alberto Contorsi, impegnato, fin dal suo arrivo nel paese, a scoprire l’autore di un efferato delitto. Alla ricerca della verità, Contorsi si accorgerà presto che quello che sembrava un posto solitario e semplice, in realtà è un luogo complesso, squassato da mille contrasti, dominato da personaggi ambigui e determinati a conservare il proprio potere. Un intreccio avvincente, che rievoca un periodo di transizione fondamentale per la nostra storia, nel passaggio tra democrazia e dittatura, tra decadenza dei ceti nobiliari e ascesa di quelli imprenditoriali e borghesi, dove la finzione letteraria riesce a penetrare fin nel profondo un mondo che si trasforma.

Massimo Miro

La faglia

Sito particolare :
Borgo Stura è una zona di Torino che non esiste, così come non esiste nessuna via Rododendri -più semplicemente via Rodro-, anche se nel libro di Massimo Miro (scrittore milanese che vive a Torino, finalista nel 2001 al premio Italo Calvino) viene geograficamente indicato come un territorio confinante “a ovest con le Vallette, a nord con Falchera, a sud con Barriera di Milano”.
Non esiste ma è uguale a tante zone della periferia torinese, dove le case popolari la fanno da padrone, dove i ragazzi vivono in situazioni sempre al limite con l’illegalità, spesso sconfinando in quella zona scura. In cui il “gruppo”, il senso di appartenenza, viene vissuto come un legame davvero indistruttibile. Anche in questo caso è così, Goffredo Mezzasalma, detto Gomez, è cresciuto in questa zona, in questa situazione, passando le giornate tra il biliardo con gli amici, gli scippi e i furti per sentrisi vivi, per far vedere che in quel territorio sono loro a comandare, non i “cremini” e i “babbascioni”.
Ora Goffredo è un uomo arrivato, vive a Milano, ha una bella casa, una macchina di grossa cilindrata, una moglie e una figlia stupende. È scappato tanti anni fa da quella vita, ha cercato di rifarsene una, dimenticando tutto quello che è stato.
Ma in realtà non ci è mai riuscito, la sua esistenza è come se si fosse fermata un giorno nel lontano 1978, in quei giorni resi celebri dal rapimento e dal delitto di Aldo Moro. È proprio quello l’episodio che ha scatenato la voglia di scappare.
Ha cercato di voltare, ma ora 32 anni dopo, il passato torna prepotentemente a galla con il risveglio dal coma del suo migliore amico, Jumbo, che come prima cosa chiede di vederlo e di poter parlare con lui.
Il viaggio in macchina verso Torino è un lungo flashback in cui Goffredo ripensa attimo dopo attimo a quei giorni, a quel che è successo. Al fatto che con i suoi amici, ora tutti morti, avevano pensato di poter salvare Moro dal covo delle brigate rosse e portarlo in salvo. Tranne poi capire che era stato tutto un abbaglio, che non era Aldo Moro quello che avevano pensato di aver liberato.
Gomez si trova davanti alla sua faglia, proprio come quella che separa da sempre via Rodro e che mai nessuno ha messo a posto. Quel taglio profondo nella vita di Goffredo che non ha mai affrontato.
Mentre ora che ci si trova davanti deve saltarla, proprio come da ragazzino con il motorino affrontava la faglia di Borgo Stura, alle volte riusciva a superarla indenne mentre altre si trovava con la faccia per terra, ma è l’unico modo che ha per riprendere possesso della sua vita, per ritrovare ciò che è stato.
Il libro di Miro è bello, inteso e di facile scorrimento. Sul sito internet dedicato (http://massimomiro.wix.com/lafaglia) è possibile anche ascoltare la colonna sonora, una vera e propria aggiunta al libro, in cui gruppi torinesi (tra cui Statuto, Motel Connection, Linea 77, Gigi Restagno, gli Onu44 -gruppo in cui suona lo stesso scrittore- e altri) hanno voluto lasciare il proprio segno. E anche possibile ascoltare audioletture del libro.

Alessandro Mondo

La valle degli uomini liberi


La Valle degli uomini liberi

Pare un duello interminabile quello che si consuma alla fine di un rigido inverno nell’aspra Valle piemontese del Pellice tra il generale francese Roland Berthier e il suo unico vero nemico, il fuorilegge Giacomo Spada, detto il Nibbio, comandante di una banda che resiste all’invasione dell’aquila napoleonica.
Berthier ha combattuto grandi battaglie, come quella di Marengo, e si sente soffocare dalla noia in quella sperduta guarnigione fuori dal mondo: la sua unica via di fuga dalla realtà è l’idea di schiacciare quel drappello di irriducibili pezzenti. A ogni costo. Per questo decide di liberare il soldato Matteo Vinassa, condannato a morte per aver pugnalato un ufficiale francese. In cambio Matteo dovrà infiltrarsi tra i ribelli e portargli la testa del Nibbio: solo così tornerà a essere un uomo libero. Ma Berthier trascura la forza che nasce dalla disperazione e il potere che può sprigionarsi là dove la lealtà ha ancora un valore. Matteo, raggiunta la formazione del Nibbio, scoprirà infatti il carisma di una figura del tutto diversa dal feroce brigante che gli è stato descritto. Con La valle degli uomini liberi Alessandro Mondo ci racconta un’appassionante avventura che rievoca un’epoca dimenticata dalla storia ufficiale, l’epopea di un manipolo di uomini pronti a contrastare con ogni mezzo un nemico che si crede invincibile.


Valerio Nardoni

Capelli blu

Per ne sapere di più :
Il giallo nel giallo!
“Camminavo così, come un funambolo senza fune, nessuno mi vedeva: con la sigaretta in mano muovevo le braccia come per tenermi in equilibrio e ogni tanto davo un tiro, cercando con gli occhi una relazione tra i piedi e le mattonelline del marciapiede.” Così si esprime Jilium, il protagonista del romanzo d’esordio di Valerio Nardoni “Capelli blu”. Sin dall’inizio della lettura mi trovo di fronte a due registri narrativi che si alternano in base alle vicende descritte e mi costringono ad aumentare la concentrazione: da una parte leggo e vedo la scena oggettiva, così come fosse narrata e descritta da un osservatore esterno, dall’altra leggo la “versione” soggettiva del protagonista accompagnata dalle riflessioni e dalle introspezioni che lo assillano e condizionano.  Ma l’autore, non ancora soddisfatto dall’originalità narrativa che l’ha costretto a sceneggiare il romanzo oltre che scriverlo, mi ha sorpreso affibbiando a Jilium un particolare disturbo della memoria che modifica il ricordo di quanto accaduto quando addirittura non lo rimuove del tutto, quasi fosse sospeso tra sogno e realtà. A causa di questa caratteristica Jilium inganna prima di tutto se stesso e poi gli altri protagonisti, per tacere del lettore che non sa mai se ciò che ha appena letto sia la realtà o una sua distorsione. Nondimeno il lettore continua a leggere freneticamente per capire quale sia la verità nascosta, ormai definitivamente irretito dalla trama che gli rivelerà i colpevoli soltanto a poche pagine dalla fine e che io mi guarderò bene dall’anticipare. La trama in sintesi. Jilium è un giovane laureato che lavora come cassiere in un discount. Questa condizione, per lui insoddisfacente, si aggiunge alla sua storia personale gravata dalla precoce perdita dei genitori tanto da dover crescere nella famiglia del suo amico fraterno Alvaro. Tutto ha inizio a pochi giorni da Natale quando rientrando a casa trova una ragazza agonizzante che giace inanimata tra due auto in sosta di fronte al suo portone d’ingresso. Preso dal panico non sa come comportarsi, almeno sino a quando sciaguratamente decide di portasela in casa compiendo una serie di gesti inconsulti tra i quali rispondere al cellulare della donna e fingersi rapitore in risposta agli insulti ricevuti da uno sconosciuto durante la comunicazione. Decide di andare a dormire, sfinito, dopo aver adagiato sul divano quello che a lui sembra un cadavere, approfittando del fatto che i titolari dell’appartamento e il suo amico Alvaro non sono in casa. Il mattino seguente la svolta a sorpresa: la donna non c’è più. Da quel momento la sua vita verrà sconvolta dagli eventi che seguiranno a ritmo serrato sino al suo arresto per l’omicidio della donna. I vari accadimenti incalzano il lettore tra fraintendimenti ed equivoci, spesso con trovate da giallista esperto. Il tema di fondo del romanzo è la profonda frustrazione di Jilium che si trova ad affrontare situazioni paradossali, frutto della sua condizione, che, come abbiamo detto, passa dalla lucidità estrema alla confusione mentale, dalla realtà oggettiva nella quale si ritrova a vivere ai sogni che lo accompagnano anche nello stato di veglia. Il protagonista è spesso costretto a subire la mancanza di certezze e riferimenti che, come dice Valerio Nardoni nella presentazione della sua opera, lo costringono ad assistere alla propria vita più che viverla. C’è molto potenziale in quest’ opera che sorprende per l’invenzione narrativa e la capacità dell’autore di proporla.

Alberto Oliverio

Per puro caso

Un’accanita gara internazionale tra neuroscienziati e biologi molecolari ha come traguardo il potenziamento del cervello umano. Invano un celebre e vecchio filosofo, Sir Karl Doppler, mette in guardia gli scienziati contro i rischi del «migliorismo». Le sue parole non verranno ascoltate dal professor Hermann Furtwängler, capo di un’é­quipe americana vicina al potere dei militari, né dal suo rivale giapponese, il sempre sorridente professor Numa. La corsa verso il «supergene cog», capace di attivare una sensazionale crescita del tessuto cerebrale, non conosce esclusione di colpi. Fra gli entusiasmi dei mass media, il consenso interessato e colpevole di un papa coinvolto personalmente nella vicenda, si scatena la corsa ai supergeni. Ma non tutto andrà come previsto.

Giacomo Papi

I primi tornarono a nuoto

«I primi tornarono a nuoto la notte del secondo giorno. A sciami, nelle ore disabitate, entrarono in acqua dai porti addormentati, dai moli senza nome, dalle anonime rive di melma ed erba dimenticate sulla terraferma, e nuotarono lenti in mezzo alla laguna illuminata e oscurata a intermittenza dalla luna e dalle nuvole, uscirono dal mare come granchi o come rane, arrampicandosi sui pali, sulle barche ormeggiate, sulle scale intagliate nella pietra e invasero le isole.
Per molte ore nessuno li vide».
Ritornano tutti, uno per uno.
Vengono dall'Ottocento, dal Rinascimento, dalla Preistoria. Sono uguali a noi. Chiedono spazio e ospitalità. Non sono minacciosi all'inizio, solo smarriti e voraci: vogliono vivere, proprio come noi. E i vivi?
Adriano Karaianni è il medico che ha scoperto il primo rinato. Maria aspetta un bambino da lui. La loro storia fa da controcanto al destino che i vivi devono affrontare.
Con un ritmo serrato e il nitore di una lingua che sa descrivere la ferocia dell'umanità condannata a una vita senza fine, Giacomo Papi racconta un mondo dove nascere diventa un crimine. E reinventa con grande originalità uno dei luoghi più fecondi del nostro immaginario, quello del «ritorno dei morti», in cui ogni epoca ha proiettato paure e desideri inconfessati.
***
Hanno la stessa età e le stesse sembianze del giorno in cui sono morti. Ma presentano un metabolismo perfetto e sono famelici come bambini appena nati. Ricompaiono nei luoghi dove hanno vissuto.
Un uomo vaga nudo davanti a quello che un tempo era il suo posto di lavoro. Cerca la sua vecchia fabbrica, ma si trova davanti a un nuovo grattacielo. Un ragazzino accoltellato a 17 anni durante una rissa non riconosce più niente. Il suo decesso risale al 1850.
Il mondo si ripopola a ondate. All'inizio è una festa perché la morte è sospesa. Gli uomini attendono il ritorno delle persone che hanno amato, ma si continua a vivere in modo normale. Nessuno - nemmeno Adriano, il medico che ha diagnosticato il primo caso e che è in attesa di un figlio - sospetta che la terza ondata sarà così grande.
Nella lotta furiosa che si scatena tra i vivi e i rinati, dare alla luce un figlio è insensato. Ma è l'unico, disperato modo, in cui Adriano e Maria combattono per restare umani.
In un mondo in cui la morte è abolita, l'amore si rivela l'unica forza capace di spezzare la catena cieca della natura, e il desiderio di dare la vita l'unica via per riconnettersi con il senso - anche oscuro - dell'esistenza.

Paola Predicatore

Il mio inverno a Zerolandia

Il Mio inverno a Zerolandia

Alessandra ha diciassette anni quando la sua mamma muore dopo una lunga malattia. Rimasta sola con la nonna, torna a scuola decisa a respingere le attenzioni dei compagni che sente estranei, impegnata com’è nella manutenzione del suo dolore. Per questo cambia banco e prende posto vicino a Gabriele detto Zero, la nullità della classe: desidera solo essere ignorata dagli altri, come succede a lui. Ma Zero è più interessante di quanto sembra. Ha una gran passione e un vero talento per il disegno; nella sua apparente noncuranza è attento e sensibile; è lui a soccorrere Ale sbucando inaspettato al suo fianco quando lei ha bisogno di aiuto. Piano piano un sentimento indefinibile prende forma tra le pareti della classe e la spiaggia d’inverno, grigi fondali di una storia semplice e complicata insieme: perché Alessandra è tanto lucida nel rivisitare il ricordo della madre quanto confusa nel prendere le misure di se stessa e di ciò che prova. E Gabriele è abilissimo a sparire proprio quando lei scopre di volerlo vicino. È la voce di Ale, ruvida nel dare conto del presente, dolcissima nell’evocare il passato, a raccontarci la storia di una perdita, una storia di scuola, una goffa, incerta storia d’amore. Il mio inverno a Zerolandia è tutto questo. E dimostra che la somma di due zeri non è zero, ma molto, molto di più.

Mario Nicola Rosso

La primavera di San Martino

Il romanzo è ambientato a Cuneo, fra il 1854 e il 1859, dove vivono i giovani protagonisti prima di essere chiamati a combattere nella battaglia di San Martino: una battaglia sanguinosissima, nella quale ebbe un ruolo determinante la Brigata Cuneo, formata oltre che da cuneesi, da emigrati di ogni parte d'Italia, e a cui parteciparono, ignorate dalle cronache ufficiali, molte donne nei ruoli di infermiere e di vivandiere.
Gli anni che precedettero la Seconda Guerra di Indipendenza, anni che cambiarono il volto del Regno Sardo e della città di Cuneo, sono visti attraverso gli occhi dei protagonisti. Fu un'epoca di grandi trasformazioni, un'autentica primavera, che aprì il nostro Paese al progresso economico e allo sviluppo sociale: dal treno e dall'illuminazione a gas, alla costituzione delle prime casse di risparmio.
Il romanzo, che si conclude con la battaglia di San Martino, vuole anche essere un rispettoso omaggio alla povera gente, dimenticata dalla retorica ufficiale e quasi sempre inconsapevole degli ideali ispiratori dell'unificazione italiana, cui diede un fondamentale contributo di sangue.

Stefania Scateni

Dove sono

Per ne sapere di più:
Silvio Bernelli
Una lunga seduta tra la paziente e il suo psicoterapeuta che diventa occasione di racconto, di sfogo. Da qui prende le mosse Dove sono, romanzo d’esordio di Stefania Scateni, appena pubblicato da Nottetempo (pp.187, 14€). L’autrice, che viene dal mondo del giornalismo, pone al centro del suo narrare Chiara e le donne della sua famiglia, tutte egualmente sfortunate. La nonna Celeste che mena la dura vita dell’Italia
rurale. Le zie Delfa e Tosca, bellissime e seducenti, costrette entrambi pagare con la vita la loro condizione di donne in un mondo rigorosamente maschilista, dove una gravidanza indesiderata induce al suicidio. E poi ancora la zia Veronica, la prima a vivere l’aria dei tempi nuovi, gli anni sessanta del beat e delle prime libertà, che però anche lei finisce male, stroncata da un cancro al seno che è il simbolo di un’indipendenza femminile sempre negata. Non sfugge alla maledizione famigliare Assunta, la madre della narratrice, intrappolata in un matrimonio senza amore, funestato dalla presenza più che invadente di una suocera-arpia. E alla fine, al fondo di questa catena di disgrazie, Chiara che confessa al suo psicanalista: “Io sono l’ultima di quella famiglia sfortunata (..). Perché io ho quelle donne dentro. Ho la loro morte dentro e vorrei che te la portassi via. Via da qui, via da me.” Un romanzo virato al femminile questo della Scateni, dove l’attenzione è tutta per le molte vicissitudini che le donne sono state (e ancora sono) costrette ad affrontare, spesso senza nessuno accanto. Puntuale la messa a fuoco sulla fabbrica del tabacco in cui le donne della famiglia lavorano prima e dopo la guerra, anche se lo spaccato più riuscito è probabilmente il racconto di Chiara in prima persona. L’abbandono della provincia del centro Italia, l’arrivo a Roma tra gli anni tra sessanta e settanta. Una città dove si poteva vivere con due soldi acquistando abiti usati nel negozio di fiducia, e anche muovere i primi passi in un’età finalmente adulta, condividendo i sogni dell’epoca con altre donne non troppo dissimili alla protagonista. E fa riflettere che sia le sfortunate Celeste, Delfa e Tosca, sia la giovane Chiara alle prese con la propria fresca libertà, dipingano un mondo di convenzioni, abitudini e affetti che, all’occhio cinico di oggi, appaiono entrambe catapultate all’indietro in un tempo lontanissimo, appena appena credibile. Segno forse che la rivoluzione femminile tanto agognata dalle protagoniste di Dove sono, si sia in parte realizzata e in parte sia ancora di là da venire. Un paradosso che Stefania Scateni ha cercato di sciogliere in questo libro che ha spesso il gusto dolente dell’autobiografia.


Paola Soriga

Dove finisce Roma

Per ne sapere di più
«Riviveva tutto, alcune notti, e sempre piangeva, e mai si era spiegata cosa aveva fatto, mai aveva capito dov'era stato veramente il male, dov'era il male a innamorarsi di qualcuno, e quell'amore, poi, che era stato tutto nei suoi sogni».
Succede a volte che uno scrittore, una scrittrice, si allontani dalle storie della sua generazione e dal suo tempo proprio per l'urgenza di narrarlo meglio e renderlo vero, con il respiro di un vento largo che soffia con forza, da lontano.
Cosí, al suo esordio narrativo, Paola Soriga si affida alla figura di una giovanissima staffetta partigiana, nella Roma che sta per essere liberata dall'occupazione tedesca, per dare nuova vita e necessità a un alfabeto di sentimenti che le parole di oggi non sanno piú nominare. E ci regala un romanzo che ha la distanza delle grandi storie e la vicinanza dell'unica, misteriosa, scintillante vita che è la nostra, in ogni tempo e in ogni luogo.

***

«Ecco dove finisce Roma: dove non ci saremmo aspettati nella piú rosea delle previsioni. Nella penna sorprendente di una donna, giovane all'anagrafe ma dalla scrittura solidissima, nel suo sapersi commuovere, e saper commuovere raccontando le storie giuste, quelle che dal passato della nostra Repubblica portano all'oggi. Viene da dire, leggendo Paola Soriga, che dunque tanto tempo non stava scorrendo invano».

Valeria Parrella

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