PREMIERS
ROMANS ITALIENS EN LECTURE
26e ÉDITION DU FESTIVAL
+/ Liste
établie par le premio città di Cuneo per il primo romanzo
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Roberto Andò
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Il trono vuoto
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Il Trono vuoto
Il segretario del
maggiore partito d’opposizione, Salvatore Oliveri, dopo il crollo dei
sondaggi e l’ennesima, violenta, contestazione, decide di scomparire e si rifugia
in segreto a Parigi, in casa di un’amica che non vede da trent’anni,
Danielle, una segretaria di edizione conosciuta all’epoca in cui ancora
accarezzava l’idea di fare il regista. Unici, e parziali, depositari della
scomoda verità, Andrea Bottini, collaboratore di Oliveri, e Anna, la moglie
dell’onorevole, in realtà continuano ad arrovellarsi sul perché della fuga e
sulla possibile identità di un eventuale complice. Bottini propone ad Anna di
usare il fratello gemello di Oliveri, un filosofo geniale segnato da una
depressione bipolare, come sostituto dello scomparso. Il filosofo si
trasferirà a casa sua, avviando uno strano mènage e un’involontaria carriera
politica. Un affresco sull’Italia di oggi, una favola filosofica sulla
politica e i misteri della vita.
"Un gran bel
romanzo, soprattutto perchè si riscontra una profonda felicità nell’averlo
scritto: felicità che si trasmette al lettore. Un libro godibile e nello
stesso tempo - un piccolo miracolo - un romanzo impegnato, o come si usava
dire una volta, un romanzo di impegno civile, che è fatto di equivoci, di
persone che scompaiono e ricompaiono, di amori fugaci, di incontri, ma i cui
protagonisti si occupano di una materia di cui non si parla mai nei romanzi
italiani: la politica." - Andrea
Camilleri
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Marta Baiocchi
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Cento micron
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Marta Baiocchi
Cento micron
Finalista al Premio Zerilli-Marimò City of Rome (in corso)
Eva ha
quarant’anni, fa la biologa e lavora in un dipartimento all’università
che la costringe a scontrarsi con la orterah situazione della ricerca in
Italia. Bibi è una sua ex compagna di scuola, figlia unica di una ricca
famiglia orterahe in passato con l’aiuto di Eva si è rivolta a una clinica
per la fecondazione assistita. Il tentativo di inseminazione non era riuscito
e adesso, rimasta vedova e definitivamente ortera, non può più procreare in
modo naturale. Ma Bibi vuole un figlio a tutti i costi, anche se la legge
italiana non le consente di impiantarsi gli embrioni già fecondati. Dopo che
il tentativo di corrompere il direttore della clinica fallisce, Bibi viene a
sapere che i suoi embrioni sono misteriosamente spariti. Sulle tracce della
verità, Eva e Bibi scopriranno l’esistenza di un traffico internazionale di
embrioni, finalizzato alla sperimentazione clandestina, che attraverso la
Svizzera le ortera fino in un paese asiatico senza leggi né limitazioni dove
avvengono esperimenti con esiti incredibili.
Un romanzo coinvolgente che mescola spaccato sociale e riflessioni sul
potere umano di creare e manipolare la vita : la maternità è un fenomeno
naturale, un diritto o un lusso ? Dove finisce il progresso scientifico
e dove inzia l’abuso ?
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Sandro Bonvissuto
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Dentro
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«Mi presero le impronte delle dita. Dopo
aver raccolto tutte le mie generalità e fatto le fotografie, mi presero anche
le impronte delle dita delle mani. E ora stavano su un foglio, sopra il
tavolo, proprio davanti a me; sembravano un segreto svelato, una cosa che,
fino a poco prima, era intima e privata, e che invece d'ora in avanti tutti
avrebbero potuto vedere. Senza dovermi chiedere niente (...) Da quel momento
in poi avrebbero continuato a vivere ma senza di me. E io senza di loro».
Sandro Bonvissuto, Dentro
***
Un libro d'esordio senza paragoni, essenziale e folgorante, radicato nella vita. |
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Gianni Caria
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La badante di Bucarest
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Gianni Caria
La badante di Bucarest
Maria, ex
insegnante licenziata per esubero con due figli adolescenti, è costretta a
lasciare un’Italia che, a seguito del tracollo ullaico, si trova ora nelle
stesse condizioni dei paesi dell’est. Va a Bucarest per lavorare come
badante, in una casa borghese di nuovi ricchi : deve assistere un
anziano bloccato a letto. Un po’ alla volta tra i due si instaura un rapporto
particolare.
La badante di Bucarest è una storia di riposizionamento sociale e psicologico, in cui la
protagonista riflette sugli inganni culturali della società, ulla colpa, sul
rapporto con il marito e i figli, sul nuovo classismo o razzismo dei romeni,
dove non mancano situazioni e pensieri intrisi di amara ironia.
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Maria Paola Colombo
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Il negativo dell'amore
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Per di più :
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Citazione
“Lei ha smesso di trattenere il respiro e si è addormentata. Questa è la paura: una cosa che si può superare. Che è difficilissima, ma si sopravvive.”
Di cosa
parla “Il negativo dell’amore” di Maria Paola Colombo. A volte sembra
impossibile pensare che una scrittrice esordiente possa portare al grande
pubblico un bel libro, articolato, coinvolgente e pieno di dettagli
significativi, invece accade. Maria
Paola Colombo con “Il negativo dell’amore” ci dimostra che è
possibile stupire al primo colpo.
Il romanzo
pone al centro della storia due bambini, Cica così chiamata per due cicatrici
che ha sulla schiena, una ragazzina che nonostante la sua
spiccata intelligenza si mostra infelice e porta dentro un dolore grande che
la induce ad aver paura dell’acqua, e Walker
un bambino con la sindrome di down e una passione
incontenibile per Walker Texas Ranger.
A unire questi due bambini, protagonisti del romanzo “Il
negativo dell’amore” sono i
sogni che vivono, la solitudine in cui restano chiusi e la loro “diversità”,
mentre cercano di trovare il loro posto nella società e un
luogo che li accolga così come sono.
“Il negativo
dell’amore” di Maria Paola Colombo sin dalle prime pagine dà la netta sensazione di condurci verso la storia presente nel
libro di Paolo Giordano “La solitudine dei numeri primi”
e in fondo non ci si sbaglia,
c’è qualcosa nella delicatezza e nel modo di raccontare le due vicende che li
rende simili.
La
scrittrice Maria Paola Colombo esordisce
così con un libro coinvolgente, che è scritto
con dolcezza, che si ha la necessità di seguire lungo il percorso per
arrivare a capire se i due bambini de “Il negativo dell’amore” riusciranno a trovare la bellezza della loro unicità.
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Luis Devin
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La foresta ti ha: storia
di un'iniziazione
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Copertura in .pdf QUI
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"Ti stringe a sé, ti protegge. Ti
striscia sui piedi e ti vola addosso, ti graffia. Ti nuota intorno quando
entri nell'acqua. Ovunque tu sia, senti la sua voce. Il suo odore. Il suo
respiro. Anche a volerlo non puoi nasconderti, perché i suoi occhi sono
dappertutto. E un po' alla volta ti trasforma. Ti inghiotte e comincia ad
assorbirti, ti digerisce.
La foresta. Alla fine fai parte del suo organismo, come le antilopi e i ruscelli. Le piante e i bruchi delle palme. Sei diventato una sua appendice. Sei suo."
UNA STORIA VERA DAL CUORE DELL'AFRICA, UN VIAGGIO AFFASCINANTE
IN UN MONDO SCONOSCIUTO,
TRA CAPANNE DI FOGLIE, SPIRITI DELLA FORESTA E RITI D'INIZIAZIONE CON I PIGMEI BAKA
Africa centrale. Jenghi, il misterioso e potente spirito della
Foresta, è pronto a uccidere i giovani pigmei di un accampamento durante un
antico rito d'iniziazione. Tra i ragazzi che giacciono a terra nella radura,
nudi, con i corpi dipinti e cosparsi di sangue, c'è per la prima volta anche
un bianco, uno studente di antropologia arrivato nella foresta da pochi mesi.
Comincia così il racconto autobiografico di Luis Devin, scandito dai rituali
a cui i pigmei Baka l'hanno sottoposto per farne un membro del gruppo e
consentirgli di condividere con loro i segreti della foresta. Ma il rito di
passaggio, con le sue prove da superare e i suoi insegnamenti, è anche il
filo conduttore di una vicenda più ampia, che si sviluppa in un mondo
naturale (la grande foresta africana) e culturale (gli accampamenti pigmei)
mantenutosi fino a tempi abbastanza recenti in relativo equilibrio, un mondo
che purtroppo sta velocemente scomparendo. Spedizioni per la raccolta del
cibo, battute di caccia con la balestra, canti propiziatori, strumenti
musicali fatti di foglie e di acqua, ma anche deforestazione, conflitti con i
popoli Bantu, stregoneria, alcolismo, prostituzione e commercio illegale di
selvaggina: sono questi alcuni dei temi che fanno da sottofondo alla storia
principale, che Luis Devin ci narra con uno stile asciutto e coinvolgente,
sempre in presa diretta, in grado di fondere narrativa, antropologia e
suggestioni poetiche di una sconosciuta lingua pigmea in una sintesi del
tutto originale.
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Valentina D'Urbano
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Il rumore dei tuoi passi
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Interview dell’autrice
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In un
luogo fatto di polvere, dove ogni cosa ha un soprannome, dove il quartiere in
cui sono nati e cresciuti è chiamato "la Fortezza", Beatrice e
Alfredo sono per tutti "i gemelli". I due però non hanno in comune
il sangue, ma qualcosa di più profondo. A legarli è un'amicizia ruvida come
l'intonaco sbrecciato dei palazzi in cui abitano, nata quando erano bambini e
sopravvissuta a tutto ciò che di oscuro la vita può regalare. Un'amicizia che
cresce con loro fino a diventare un amore selvaggio, graffiante come vetro
spezzato, delicato e luminoso come un girasole. Un amore nato nonostante
tutto e tutti, nonostante loro stessi per primi. Ma alle soglie dei
vent'anni, la voce di Beatrice è stanca e strozzata. E il cuore fragile di
Alfredo ha perso i suoi colori. Perché tutto sta per cambiare.
La recensione di IBS
Un
esordio forte che narra una storia d'amore e morte, come un dramma classico.
L'ambientazione è il nulla grigio e spento dei palazzi popolari occupati e
abbandonati al loro degrado in cui crescono ragazzi che non escono quasi mai
da questo recinto. E che qui giocano, litigano, amano, vivono e muoiono.
Uno scenario contemporaneo: le Vele di Scampia, le Vallette a Torino, Quarto Oggiaro a Milano, Tor Bella Monaca a Roma. C’è in ogni città italiana un quartiere, qualche palazzo, una via dove l’ordine, la civiltà, la convivenza “normale” sono scalzati da un altro mondo, altri equilibri, altre regole. In ogni metropoli c’è La Fortezza. Anche in questi palazzi si vive, anche qui si trovano famiglie che cercano di trascorrere un’esistenza tranquilla, ma si impara sin da bambini che arrivare a sera ogni giorno è faticoso, che bisogna sapersi parare le spalle, che gli esseri umani possono essere anche molto pericolosi. Persino i padri possono diventare una minaccia reale. Un padre che beve, troppo. Un padre vedovo che si ubriaca e picchia i figli: Massimiliano, Alfredo e Andrea. Sotto di loro vive una famiglia più tranquilla con un papà, una mamma e due figli, Beatrice e Francesco. Lì trovano rifugio i bambini quando il padre esagera. Lì trova un letto in cui dormire soprattutto Alfredo, sin dai suoi sei anni. Lì continua a rifugiarsi col passare del tempo, tra le braccia di una donna che non è sua madre e sotto le coperte del letto di Beatrice e Francesco. Crescendo insieme Beatrice e Alfredo – praticamente coetanei - diventano fratelli, anzi, gemelli come li chiamano gli amici. Assumono la stessa camminata, prendono le stesse movenze, gli stessi gesti ripetuti come in un balletto di cui conoscono ogni singola mossa. Un rapporto fatto di gelosie, rancori, odio e amore. Un’amicizia destinata a diventare la colonna portante dell’adolescenza di entrambi, così caratterialmente differenti, ma uniti in modo indissolubile dalla sofferenza comune, dalla fatica di vivere in quel mondo.
Sceglie
un esordio difficile Valentina d’Urbano, quello del romanzo di formazione. Il
paragone con altri racconti analoghi può essere impegnativo, forse troppo, ma
lei ne esce bene. Sceglie anche di dire al lettore sin dal primo capitolo
dove andrà a parare la storia: non aspettatevi il lieto fine. È Beatrice che
racconta in prima persona la sua vita che è poi, per vicinanza, per
gemellaggio, anche quella di Alfredo. La storia di un amore impossibile,
destinato all’infelicità non tanto e non solo per il luogo in cui nasce, ma
per l’incomunicabilità tra due persone simili e terribilmente diverse. “Non
lo so, forse era l’ambiente che ci aveva prodotti. Forse ce l’avevamo nel
sangue. Forse era la gente che frequentavamo, la noia, la mancanza di
obiettivi. La consapevolezza di non poter essere mai niente di diverso, la
presa di coscienza che saremmo stati così per tutta la vita. Fuori si
susseguivano gli anni e il mondo cambiava. Dentro noi rimanevamo fermi. Non
ce l’avevamo un motivo per vivere, non sapevamo darcelo. Lo facevamo e
basta.”
Un
romanzo che si sviluppa tra gli anni di piombo e quelli "da bere"
ma dove la Storia sfiora appena i protagonisti, chiusi in un mondo
tragicamente senza tempo. Un dramma che richiama alla mente la tragedia
classica e che presenta una sua Agorà: l'anfiteatro degradato in cui i
ragazzi s'incontrano e vivono. Una figura positiva, umana e tragica verrà
sommersa, un personaggio meno generoso ma più forte verrà salvato.
Recensione a cura di Giulia Mozzato |
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Davide Enia
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Così in terra
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Per ne sapere di più
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Davide
Enia, dopo aver
scritto e lavorato per il teatro, mette insieme abilmente le parole del suo
primo romanzo - un esordio d’eccezione, venduto in 15 Paesi
ancora prima della pubblicazione in Italia – e lo fa raccontando cinquant’anni di storia italiana, dalle bombe
della seconda guerra mondiale a quelle della Palermo degli attentati mafiosi,
accompagnandoci per mano nella vita di 3 generazioni.
I
protagonisti si alternano pagina dopo pagina: diversi sono i personaggi, ma
colui che li racchiude tutti è Davidù,
bambino cresciuto senza il padre ma con delle figure paterne di grande
spessore, amico di ragazzini balordi ma pronto a difendere anche il più
debole tra loro, piccolo pugile pronto a vincere il titolo nazionale,
sfuggito sempre per un soffio alla sua famiglia.
La boxe è onnipresente nella sua vita ancor prima
della sua salita sul ring. Pugile era suo padre, il Paladino, morto prima che
lui nascesse, pugile era lo zio Umbertino, allenato da un nero americano
tornato dalla guerra e poi proprietario della palestra in cui Davidù si
allena. Con i pugni ci sapeva fare pure il tenente D’Arpa, amico del nonno
Rosario durante la guerra d’Africa, un nonno tanto taciturno quanto prodigo
di insegnamenti. Tra gli altri personaggi, la saggia nonna Previdenza che non
perde occasione per insegnare il latino al piccolo pugile, la bella Nina
dalla “bocca di gelso”, l’amico Gerruso. Sono personaggi forti, coraggiosi,
con caratteristiche ben delineate, le cui vite si intrecciano e a volte
finiscono col fondersi con quella di Davidù stesso.
Così in terra è un romanzo pieno di
passione, dolce e feroce allo stesso tempo, fisico, carnale, a tratti
sentimentale: riga dopo riga ci si affeziona a Davidù, gli si vuole bene,
viene voglia di accompagnarlo per mano sul ring e agli incontri con Nina, si
fa incredibilmente il tifo per lui fino all’ultima pagina. Il dialetto
siciliano che fa capolino di tanto in tanto è rapidamente comprensibile e
familiare ed è probabilmente l’unico modo, così diretto, per farci entrare
nella storia, e sentire l’odore dei pugni, del sudore, del sangue fuori e
dentro il ring.
Licia Lanza per Libri Consigliat
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Tommaso Giagni
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L'estraneo
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L'estraneo è un mezzosangue. È figlio della
Roma di periferia ma non ci è nato, è cresciuto nella Roma bene senza mai
sentirsi accolto. Quando finisce la sua storia con Alba, il giovane guarda in
faccia la propria estraneità e decide di azzerare tutto, e ricominciare.
Nella «Roma di Quaresima», estrema periferia. Affitta una stanza
nell'appartamento occupato di Andrea, suo coetaneo, che si fa le maschere di
bellezza e di sé non racconta nulla, a parte il sogno di avere una Ferrari.
Palazzina G di un comprensorio affacciato sul Viale. Qui, in un territorio per il quale ha il passaporto ma del quale non conosce la lingua, l'estraneo prova disarmato e maldestro a «dare del tu alla vita». Tra maniaci del body-building e riti d'iniziazione in gloria al consumismo, tra pellegrinaggi per il Lupo Liboni e guardie devote allo Stato, incontra Marianna. E se ne innamora perché ha bisogno del suo sguardo, per vedersi. Per cercare ostinatamente un'identità.
Un ragazzo di oggi, allevato dalla Roma
bene ma partorito dalla borgata. Quando la città «delle Rovine» lo rigetta
come un corpo estraneo, decide di immergersi nell'estrema periferia, di
provare a impararne il ritmo. Ma se è proprio questa la Roma che suo padre
gli ha inscritto nel Dna, e da cui voleva affrancarlo col suo impiego da
portinaio in centro, non è detto che osservare la città da questa nuova
angolazione ribalti la prospettiva. E salvi dal fallimento. Nella grande
tradizione letteraria che indaga il rapporto mai risolto tra periferia e
centro, Tommaso Giagni aggiunge la sua personalissima voce. Una lingua
contaminata e piena d'invenzione, che raccontando le periferie degli anni
Zero, disadorne e vivissime, rivela lo spaesamento di un uomo senza
appartenenza.
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Giorgio Manacorda
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Il corridoio di legno
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per ne sapere di più :
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Un poliziotto, atterrato a Berlino per
un’indagine, torna al collegio in cui ha passato la sua adolescenza. Il
collegio in cui si è formato un gruppo di amici che hanno dato origine alla
lotta armata, una volta tornati in Italia. Per ragioni del tutto personali,
vuole capire cosa è successo, da quale male privato è nato il male pubblico.
Così ricostruisce la vicenda di due fratelli, dei loro sodali e delle loro
donne tra Berlino, Roma e una piccola isola persa in un lago. Il tutto in uno
scenario dominato dalle milizie di un regime autoritario, conseguenza della contestazione
e del terrorismo. Un romanzo radicato nella concretezza dei luoghi ma
fantastico quanto alla dimensione storica. La realtà non è andata così, ma
così poteva andare a finire.
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Anna Melis
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Da qui a cent'anni
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Per ne sapere di più :
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In Sardegna, sprofondato tra i monti,
esiste un paese dove le case sanno di pane appena cotto, i bambini succhiano
il latte come capretti che leccano il sale, e i vecchi vivono fino a
cent'anni, perché le accabadore si dimenticano di passare. Qui, come
"una taschedda di patate scaricata sull'uscio", è nato Ninnìu, il
secondo figlio maschio in casa Mele. "A cent'anni, bambino, non come me
che voglio vivere poco" è l'augurio di Graziano, il fratello balente, un
bandito amato dalle donne, un eroe destinato a perdere, che della morte non
ha nessuna paura. Neanche quando la famiglia dei Corrias, con cui c'è una
faida antica come le pietre nuragiche, gli si rivolta contro, per
infliggergli la peggiore delle punizioni. Sotto lo sguardo puro e incantato
di Ninnìu si consuma la lotta di Graziano per una giustizia che solo lui
capisce, e la vendetta contro i Corrias che hanno mangiato l'anima della sua
famiglia. Ad accompagnare un'esistenza breve e violenta sono gli occhi neri e
il cuore ardente di Marietta, la cugina bellissima e disgraziata, promessa in
sposa a un altro. Il loro amore potrà splendere solo un momento, come una
stella cadente nel cielo del Campidano. E sarà Ninnìu, l'unico a non essersi
macchiato di sangue, a vendicare quell'amore, trovando il coraggio di
spezzare il cerchio dell'odio.
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Nicolò Migheli
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Hidalgos
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Per ne sapere di più :
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Anni Trenta: un omicidio efferato, un paese
che piomba nella paura. Un giovane maresciallo romano chiamato a districare
un caso intricato e di non facile soluzione. Niente è come sembra, tutto può
succedere, nulla si deve dare per scontato.
Un omicidio, un’eredità contesa, una strage
di animali. Gli avvenimenti del ’27 si stagliano sullo sfondo di un piccolo
paese dell’interno dove le lotte tra fascisti e antifascisti vanno a sommarsi
ai mai sopiti contrasti tra famiglie rivali. Amore, gelosia, solitudine,
crudeltà si mischiano in un vortice di fatti che sconvolgono la pacifica
quotidianità della comunità, rischiando di distruggerla completamente. Sarà
questo il mondo che dovrà conoscere il giovane maresciallo dei carabinieri
Alberto Contorsi, impegnato, fin dal suo arrivo nel paese, a scoprire
l’autore di un efferato delitto. Alla ricerca della verità, Contorsi si
accorgerà presto che quello che sembrava un posto solitario e semplice, in
realtà è un luogo complesso, squassato da mille contrasti, dominato da
personaggi ambigui e determinati a conservare il proprio potere. Un intreccio
avvincente, che rievoca un periodo di transizione fondamentale per la nostra
storia, nel passaggio tra democrazia e dittatura, tra decadenza dei ceti
nobiliari e ascesa di quelli imprenditoriali e borghesi, dove la finzione letteraria
riesce a penetrare fin nel profondo un mondo che si trasforma.
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Massimo Miro
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La faglia
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Sito particolare :
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Borgo Stura è una zona di Torino che non
esiste, così come non esiste nessuna via Rododendri -più semplicemente via
Rodro-, anche se nel libro di Massimo Miro (scrittore milanese che vive a
Torino, finalista nel 2001 al premio Italo Calvino) viene geograficamente
indicato come un territorio confinante “a ovest con le Vallette, a nord con
Falchera, a sud con Barriera di Milano”.
Non esiste ma è uguale a tante zone della
periferia torinese, dove le case popolari la fanno da padrone, dove i ragazzi
vivono in situazioni sempre al limite con l’illegalità, spesso sconfinando in
quella zona scura. In cui il “gruppo”, il senso di appartenenza, viene
vissuto come un legame davvero indistruttibile. Anche in questo caso è così,
Goffredo Mezzasalma, detto Gomez, è cresciuto in questa zona, in questa
situazione, passando le giornate tra il biliardo con gli amici, gli scippi e
i furti per sentrisi vivi, per far vedere che in quel territorio sono loro a
comandare, non i “cremini” e i “babbascioni”.
Ora Goffredo è un uomo arrivato, vive a
Milano, ha una bella casa, una macchina di grossa cilindrata, una moglie e
una figlia stupende. È scappato tanti anni fa da quella vita, ha cercato di
rifarsene una, dimenticando tutto quello che è stato.
Ma in realtà non ci è mai riuscito, la sua
esistenza è come se si fosse fermata un giorno nel lontano 1978, in quei
giorni resi celebri dal rapimento e dal delitto di Aldo Moro. È proprio quello
l’episodio che ha scatenato la voglia di scappare.
Ha cercato di voltare, ma ora 32 anni dopo,
il passato torna prepotentemente a galla con il risveglio dal coma del suo
migliore amico, Jumbo, che come prima cosa chiede di vederlo e di poter
parlare con lui.
Il viaggio in macchina verso Torino è un lungo flashback in cui Goffredo ripensa attimo dopo attimo a quei giorni, a quel che è successo. Al fatto che con i suoi amici, ora tutti morti, avevano pensato di poter salvare Moro dal covo delle brigate rosse e portarlo in salvo. Tranne poi capire che era stato tutto un abbaglio, che non era Aldo Moro quello che avevano pensato di aver liberato.
Gomez si trova davanti alla sua faglia,
proprio come quella che separa da sempre via Rodro e che mai nessuno ha messo
a posto. Quel taglio profondo nella vita di Goffredo che non ha mai
affrontato.
Mentre ora che ci si trova davanti deve
saltarla, proprio come da ragazzino con il motorino affrontava la faglia di
Borgo Stura, alle volte riusciva a superarla indenne mentre altre si trovava
con la faccia per terra, ma è l’unico modo che ha per riprendere possesso
della sua vita, per ritrovare ciò che è stato.
Il libro di Miro è bello, inteso e di
facile scorrimento. Sul sito internet dedicato (http://massimomiro.wix.com/lafaglia)
è possibile anche ascoltare la colonna sonora, una vera e propria aggiunta al
libro, in cui gruppi torinesi (tra cui Statuto, Motel Connection, Linea 77,
Gigi Restagno, gli Onu44 -gruppo in cui suona lo stesso scrittore- e altri)
hanno voluto lasciare il proprio segno. E anche possibile ascoltare
audioletture del libro.
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Alessandro Mondo
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La valle degli uomini
liberi
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La Valle degli uomini liberi
Pare un
duello interminabile quello che si consuma alla fine di un rigido inverno
nell’aspra Valle piemontese del Pellice tra il generale francese Roland
Berthier e il suo unico vero nemico, il fuorilegge Giacomo Spada, detto il
Nibbio, comandante di una banda che resiste all’invasione dell’aquila
napoleonica.
Berthier
ha combattuto grandi battaglie, come quella di Marengo, e si sente soffocare
dalla noia in quella sperduta guarnigione fuori dal mondo: la sua unica via
di fuga dalla realtà è l’idea di schiacciare quel drappello di irriducibili
pezzenti. A ogni costo. Per questo decide di liberare il soldato Matteo
Vinassa, condannato a morte per aver pugnalato un ufficiale francese. In
cambio Matteo dovrà infiltrarsi tra i ribelli e portargli la testa del
Nibbio: solo così tornerà a essere un uomo libero. Ma Berthier trascura la
forza che nasce dalla disperazione e il potere che può sprigionarsi là dove
la lealtà ha ancora un valore. Matteo, raggiunta la formazione del Nibbio,
scoprirà infatti il carisma di una figura del tutto diversa dal feroce
brigante che gli è stato descritto. Con La
valle degli uomini liberi Alessandro Mondo ci racconta un’appassionante
avventura che rievoca un’epoca dimenticata dalla storia ufficiale, l’epopea
di un manipolo di uomini pronti a contrastare con ogni mezzo un nemico che si
crede invincibile.
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Valerio Nardoni
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Capelli blu
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Per ne sapere di più :
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Il giallo nel giallo!
“Camminavo così, come un
funambolo senza fune, nessuno mi vedeva: con la sigaretta in mano muovevo le
braccia come per tenermi in equilibrio e ogni tanto davo un tiro, cercando
con gli occhi una relazione tra i piedi e le mattonelline del marciapiede.”
Così si esprime Jilium, il protagonista del romanzo d’esordio di Valerio Nardoni
“Capelli blu”. Sin dall’inizio della lettura mi trovo di fronte a due
registri narrativi che si alternano in base alle vicende descritte e mi
costringono ad aumentare la concentrazione: da una parte leggo e vedo la
scena oggettiva, così come fosse narrata e descritta da un osservatore
esterno, dall’altra leggo la “versione” soggettiva del protagonista
accompagnata dalle riflessioni e dalle introspezioni che lo assillano e
condizionano. Ma l’autore, non ancora soddisfatto dall’originalità
narrativa che l’ha costretto a sceneggiare il romanzo oltre che scriverlo, mi
ha sorpreso affibbiando a Jilium un particolare disturbo della memoria che
modifica il ricordo di quanto accaduto quando addirittura non lo rimuove del
tutto, quasi fosse sospeso tra sogno e realtà. A causa di questa
caratteristica Jilium inganna prima di tutto se stesso e poi gli altri
protagonisti, per tacere del lettore che non sa mai se ciò che ha appena
letto sia la realtà o una sua distorsione. Nondimeno il lettore continua a
leggere freneticamente per capire quale sia la verità nascosta, ormai
definitivamente irretito dalla trama che gli rivelerà i colpevoli soltanto a
poche pagine dalla fine e che io mi guarderò bene dall’anticipare. La trama
in sintesi. Jilium è un giovane laureato che lavora come cassiere in un
discount. Questa condizione, per lui insoddisfacente, si aggiunge alla sua
storia personale gravata dalla precoce perdita dei genitori tanto da dover
crescere nella famiglia del suo amico fraterno Alvaro. Tutto ha inizio a
pochi giorni da Natale quando rientrando a casa trova una ragazza agonizzante
che giace inanimata tra due auto in sosta di fronte al suo portone
d’ingresso. Preso dal panico non sa come comportarsi, almeno sino a quando
sciaguratamente decide di portasela in casa compiendo una serie di gesti
inconsulti tra i quali rispondere al cellulare della donna e fingersi
rapitore in risposta agli insulti ricevuti da uno sconosciuto durante la
comunicazione. Decide di andare a dormire, sfinito, dopo aver adagiato sul
divano quello che a lui sembra un cadavere, approfittando del fatto che i
titolari dell’appartamento e il suo amico Alvaro non sono in casa. Il mattino
seguente la svolta a sorpresa: la donna non c’è più. Da quel momento la sua
vita verrà sconvolta dagli eventi che seguiranno a ritmo serrato sino al suo
arresto per l’omicidio della donna. I vari accadimenti incalzano il lettore
tra fraintendimenti ed equivoci, spesso con trovate da giallista esperto. Il
tema di fondo del romanzo è la profonda frustrazione di Jilium che si trova
ad affrontare situazioni paradossali, frutto della sua condizione, che, come
abbiamo detto, passa dalla lucidità estrema alla confusione mentale, dalla
realtà oggettiva nella quale si ritrova a vivere ai sogni che lo accompagnano
anche nello stato di veglia. Il protagonista è spesso costretto a subire la
mancanza di certezze e riferimenti che, come dice Valerio Nardoni nella
presentazione della sua opera, lo costringono ad assistere alla propria vita
più che viverla. C’è molto potenziale in quest’ opera che sorprende per
l’invenzione narrativa e la capacità dell’autore di proporla.
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Alberto Oliverio
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Per puro caso
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Un’accanita gara
internazionale tra neuroscienziati e biologi molecolari ha come traguardo il
potenziamento del cervello umano. Invano un celebre e vecchio filosofo, Sir
Karl Doppler, mette in guardia gli scienziati contro i rischi del
«migliorismo». Le sue parole non verranno ascoltate dal professor Hermann
Furtwängler, capo di
un’équipe americana vicina al potere dei militari, né dal suo rivale giapponese,
il sempre sorridente professor Numa. La corsa verso il «supergene cog»,
capace di attivare una sensazionale crescita del tessuto cerebrale, non
conosce esclusione di colpi. Fra gli entusiasmi dei mass media, il consenso
interessato e colpevole di un papa coinvolto personalmente nella vicenda, si
scatena la corsa ai supergeni. Ma non tutto andrà come previsto.
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Giacomo Papi
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I primi tornarono a nuoto
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«I primi tornarono a nuoto la notte del
secondo giorno. A sciami, nelle ore disabitate, entrarono in acqua dai porti
addormentati, dai moli senza nome, dalle anonime rive di melma ed erba
dimenticate sulla terraferma, e nuotarono lenti in mezzo alla laguna
illuminata e oscurata a intermittenza dalla luna e dalle nuvole, uscirono dal
mare come granchi o come rane, arrampicandosi sui pali, sulle barche
ormeggiate, sulle scale intagliate nella pietra e invasero le isole.
Per molte ore nessuno li vide».
Ritornano tutti, uno per uno.
Vengono dall'Ottocento, dal Rinascimento, dalla
Preistoria. Sono uguali a noi. Chiedono spazio e ospitalità. Non sono
minacciosi all'inizio, solo smarriti e voraci: vogliono vivere, proprio come
noi. E i vivi?
Adriano Karaianni è il medico che ha
scoperto il primo rinato. Maria aspetta un bambino da lui. La loro storia fa
da controcanto al destino che i vivi devono affrontare.
Con un ritmo serrato e il nitore di una
lingua che sa descrivere la ferocia dell'umanità condannata a una vita senza
fine, Giacomo Papi racconta un mondo dove nascere diventa un crimine. E
reinventa con grande originalità uno dei luoghi più fecondi del nostro
immaginario, quello del «ritorno dei morti», in cui ogni epoca ha proiettato
paure e desideri inconfessati.
***
Hanno la stessa età e le stesse sembianze del giorno in cui sono morti. Ma presentano un metabolismo perfetto e sono famelici come bambini appena nati. Ricompaiono nei luoghi dove hanno vissuto. Un uomo vaga nudo davanti a quello che un tempo era il suo posto di lavoro. Cerca la sua vecchia fabbrica, ma si trova davanti a un nuovo grattacielo. Un ragazzino accoltellato a 17 anni durante una rissa non riconosce più niente. Il suo decesso risale al 1850.
Il mondo si ripopola a ondate. All'inizio è
una festa perché la morte è sospesa. Gli uomini attendono il ritorno delle
persone che hanno amato, ma si continua a vivere in modo normale. Nessuno -
nemmeno Adriano, il medico che ha diagnosticato il primo caso e che è in
attesa di un figlio - sospetta che la terza ondata sarà così grande.
Nella lotta furiosa che si scatena tra i
vivi e i rinati, dare alla luce un figlio è insensato. Ma è l'unico,
disperato modo, in cui Adriano e Maria combattono per restare umani.
In un mondo in cui la morte è abolita,
l'amore si rivela l'unica forza capace di spezzare la catena cieca della
natura, e il desiderio di dare la vita l'unica via per riconnettersi con il
senso - anche oscuro - dell'esistenza.
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Paola Predicatore
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Il mio inverno a
Zerolandia
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Il Mio inverno a Zerolandia
Alessandra
ha diciassette anni quando la sua mamma muore dopo una lunga malattia.
Rimasta sola con la nonna, torna a scuola decisa a respingere le attenzioni
dei compagni che sente estranei, impegnata com’è nella manutenzione del suo
dolore. Per questo cambia banco e prende posto vicino a Gabriele detto Zero,
la nullità della classe: desidera solo essere ignorata dagli altri, come
succede a lui. Ma Zero è più interessante di quanto sembra. Ha una gran
passione e un vero talento per il disegno; nella sua apparente noncuranza è
attento e sensibile; è lui a soccorrere Ale sbucando inaspettato al suo
fianco quando lei ha bisogno di aiuto. Piano piano un sentimento indefinibile
prende forma tra le pareti della classe e la spiaggia d’inverno, grigi
fondali di una storia semplice e complicata insieme: perché Alessandra è
tanto lucida nel rivisitare il ricordo della madre quanto confusa nel
prendere le misure di se stessa e di ciò che prova. E Gabriele è abilissimo a
sparire proprio quando lei scopre di volerlo vicino. È la voce di Ale, ruvida
nel dare conto del presente, dolcissima nell’evocare il passato, a
raccontarci la storia di una perdita, una storia di scuola, una goffa,
incerta storia d’amore. Il mio inverno a Zerolandia è tutto questo. E
dimostra che la somma di due zeri non è zero, ma molto, molto di più.
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Mario Nicola Rosso
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La primavera di San
Martino
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Il romanzo è ambientato a Cuneo, fra il
1854 e il 1859, dove vivono i giovani protagonisti prima di essere chiamati a
combattere nella battaglia di San Martino: una battaglia sanguinosissima,
nella quale ebbe un ruolo determinante la Brigata Cuneo, formata oltre che da
cuneesi, da emigrati di ogni parte d'Italia, e a cui parteciparono, ignorate
dalle cronache ufficiali, molte donne nei ruoli di infermiere e di
vivandiere.
Gli anni che precedettero la Seconda Guerra di Indipendenza, anni che cambiarono il volto del Regno Sardo e della città di Cuneo, sono visti attraverso gli occhi dei protagonisti. Fu un'epoca di grandi trasformazioni, un'autentica primavera, che aprì il nostro Paese al progresso economico e allo sviluppo sociale: dal treno e dall'illuminazione a gas, alla costituzione delle prime casse di risparmio.
Il romanzo, che si conclude con la
battaglia di San Martino, vuole anche essere un rispettoso omaggio alla
povera gente, dimenticata dalla retorica ufficiale e quasi sempre
inconsapevole degli ideali ispiratori dell'unificazione italiana, cui diede
un fondamentale contributo di sangue.
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Stefania Scateni
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Dove sono
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Per ne sapere di più:
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Silvio Bernelli
Una lunga
seduta tra la paziente e il suo psicoterapeuta che diventa occasione di
racconto, di sfogo. Da qui prende le mosse Dove sono,
romanzo d’esordio di Stefania Scateni, appena pubblicato da Nottetempo
(pp.187, 14€). L’autrice, che viene dal mondo del giornalismo, pone al centro
del suo narrare Chiara e le donne della sua famiglia, tutte egualmente
sfortunate. La nonna Celeste che mena la dura vita dell’Italia
rurale. Le zie Delfa e Tosca, bellissime e seducenti, costrette entrambi pagare con la vita la loro condizione di donne in un mondo rigorosamente maschilista, dove una gravidanza indesiderata induce al suicidio. E poi ancora la zia Veronica, la prima a vivere l’aria dei tempi nuovi, gli anni sessanta del beat e delle prime libertà, che però anche lei finisce male, stroncata da un cancro al seno che è il simbolo di un’indipendenza femminile sempre negata. Non sfugge alla maledizione famigliare Assunta, la madre della narratrice, intrappolata in un matrimonio senza amore, funestato dalla presenza più che invadente di una suocera-arpia. E alla fine, al fondo di questa catena di disgrazie, Chiara che confessa al suo psicanalista: “Io sono l’ultima di quella famiglia sfortunata (..). Perché io ho quelle donne dentro. Ho la loro morte dentro e vorrei che te la portassi via. Via da qui, via da me.” Un romanzo virato al femminile questo della Scateni, dove l’attenzione è tutta per le molte vicissitudini che le donne sono state (e ancora sono) costrette ad affrontare, spesso senza nessuno accanto. Puntuale la messa a fuoco sulla fabbrica del tabacco in cui le donne della famiglia lavorano prima e dopo la guerra, anche se lo spaccato più riuscito è probabilmente il racconto di Chiara in prima persona. L’abbandono della provincia del centro Italia, l’arrivo a Roma tra gli anni tra sessanta e settanta. Una città dove si poteva vivere con due soldi acquistando abiti usati nel negozio di fiducia, e anche muovere i primi passi in un’età finalmente adulta, condividendo i sogni dell’epoca con altre donne non troppo dissimili alla protagonista. E fa riflettere che sia le sfortunate Celeste, Delfa e Tosca, sia la giovane Chiara alle prese con la propria fresca libertà, dipingano un mondo di convenzioni, abitudini e affetti che, all’occhio cinico di oggi, appaiono entrambe catapultate all’indietro in un tempo lontanissimo, appena appena credibile. Segno forse che la rivoluzione femminile tanto agognata dalle protagoniste di Dove sono, si sia in parte realizzata e in parte sia ancora di là da venire. Un paradosso che Stefania Scateni ha cercato di sciogliere in questo libro che ha spesso il gusto dolente dell’autobiografia. |
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Paola Soriga
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Dove finisce Roma
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Per ne sapere di più
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«Riviveva tutto, alcune notti, e sempre
piangeva, e mai si era spiegata cosa aveva fatto, mai aveva capito dov'era
stato veramente il male, dov'era il male a innamorarsi di qualcuno, e quell'amore,
poi, che era stato tutto nei suoi sogni».
Succede a volte che uno scrittore, una
scrittrice, si allontani dalle storie della sua generazione e dal suo tempo
proprio per l'urgenza di narrarlo meglio e renderlo vero, con il respiro di
un vento largo che soffia con forza, da lontano.
Cosí, al suo esordio narrativo, Paola Soriga si affida alla figura di una giovanissima staffetta partigiana, nella Roma che sta per essere liberata dall'occupazione tedesca, per dare nuova vita e necessità a un alfabeto di sentimenti che le parole di oggi non sanno piú nominare. E ci regala un romanzo che ha la distanza delle grandi storie e la vicinanza dell'unica, misteriosa, scintillante vita che è la nostra, in ogni tempo e in ogni luogo. *** «Ecco dove finisce Roma: dove non ci saremmo aspettati nella piú rosea delle previsioni. Nella penna sorprendente di una donna, giovane all'anagrafe ma dalla scrittura solidissima, nel suo sapersi commuovere, e saper commuovere raccontando le storie giuste, quelle che dal passato della nostra Repubblica portano all'oggi. Viene da dire, leggendo Paola Soriga, che dunque tanto tempo non stava scorrendo invano». Valeria Parrella |
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