dimanche 24 mars 2013

La prima Guerra Mondiale e le sue ripercussioni sul margine occidentale dell'area alpina slovena



1. La guerra di posizione: un esempio di fronte nel 1915 (regione di Ypres, Francia)
2. Antologia: Un anno sull’altipiano
La guerra come questione d’abitudine e di mentalità: come automatismo privo di pensiero e volontà. Così ce la racconta Emilio Lussu, nel suo “Un anno sull’altipiano”, storia di trincea ambientata all’epoca della Grande Guerra.
Io facevo la guerra fin dall’inizio. Far la guerra, per anni, significa acquistare abitudini e mentalità di guerra. Questa caccia grossa fra uomini non era molto dissimile dall’altra caccia grossa (quella agli animali). Io non vedevo un uomo. Vedevo solamente il nemico. Dopo tante attese, tante pattuglie, tanto sonno perduto, egli passava al varco[1]. La caccia era ben riuscita. Macchinalmente, senza pensiero, senza una volontà precisa, ma così, solo per istinto, afferrai[2] il fucile del caporale. Egli me lo abbandonò ed io me ne impadronii. Se fossimo stati per terra, come altre notti, stesi dietro il cespuglio[3], è probabile che avrei tirato immediatamente, senza perdere un secondo di tempo. Ma ero in ginocchio, nel fosso scavato, ed il cespuglio mi stava di fronte come una difesa di tiro a segno. Ero come in un poligono[4] e mi potevo prendere tutte le comodità per puntare. Poggiai bene i gomiti a terra e cominciai a puntare.
L’ufficiale austriaco accese una sigaretta. Ora egli fumava. Quella sigaretta creò un rapporto improvviso fra lui e me. Appena ne vidi il fumo, anch’io sentii il bisogno di fumare. Questo mio desiderio mi fece pensare che anch’io avevo delle sigarette. Fu un attimo. Il mio atto del puntare, ch’era automatico, divenne ragionato. Dovetti pensare che puntavo, e che puntavo contro qualcuno. L’indice che toccava il grilletto allentò la pressione. Pensavo. Ero obbligato a pensare (…).
Avevo di fronte un ufficiale, giovane, inconscio del pericolo che gli sovrastava. Non lo potevo sbagliare. Avrei potuto sparare mille colpi a quella distanza, senza sbagliarne uno. Bastava che premessi il grilletto: egli sarebbe stramazzato al suolo. Questa certezza che la sua vita dipendesse dalla mia volontà, mi rese esitante. Avevo di fronte un uomo. Un uomo!
Un uomo! Ne distinguevo gli occhi e i tratti del viso. La luce dell’alba si faceva più chiara e il sole si annunziava dietro la cima dei monti. Tirare così, a pochi passi, su un uomo… come su un cinghiale! Cominciai a pensare che, forse, non avrei tirato. Pensavo. Condurre all’assalto cento uomini, o mille, contro cento altri o altri mille è una cosa. Prendere un uomo, staccarlo dal resto degli uomini e poi dire: “Ecco, sta’ fermo, io ti sparo, io t’uccido” è un’altra. È assolutamente un’altra cosa.
Lussu Emilio, Un anno sull’altipiano, Torino, Einaudi, (Parigi, 1938  per la 1° ed.)


3. Trincee sul Podgora
Podgora è il toponimo sloveno della località Piedimonte del Calvario, ora nel comune di Gorizia Bologna, Museo civico del Risorgimento. La più importante “Battaglia di Podgora” ha avuto luogo il 19 luglio 1915.


4. Trincee di montagna
Fucilieri italiani lasciando le loro trincee per attacare gli austro-ungarici. Mark Thompson, The White War: Vita e morte sul fronte italiano 1915-1919. 


[1] Passare al varco – aller à la porte, disparaître.
[2] Afferare – attraper, saisir.
[3] Il cespuglio – le buisson.
[4] Essere nel poligono = essere dentro un campo per l’esercitazioni di armi da Fuoco.

Aucun commentaire:

Enregistrer un commentaire