1. La guerra di posizione: un esempio di
fronte nel 1915 (regione di Ypres, Francia)
2. Antologia: Un anno sull’altipiano
La
guerra come questione d’abitudine e di mentalità: come automatismo privo di
pensiero e volontà. Così ce la racconta Emilio Lussu, nel suo “Un anno
sull’altipiano”, storia di trincea ambientata all’epoca della Grande Guerra.
Io facevo la guerra fin dall’inizio. Far la
guerra, per anni, significa acquistare abitudini e mentalità di guerra. Questa
caccia grossa fra uomini non era molto dissimile dall’altra caccia grossa
(quella agli animali). Io non vedevo un uomo. Vedevo solamente il nemico. Dopo
tante attese, tante pattuglie, tanto sonno perduto, egli passava al varco[1].
La caccia era ben riuscita. Macchinalmente, senza pensiero, senza una volontà
precisa, ma così, solo per istinto, afferrai[2]
il fucile del caporale. Egli me lo abbandonò ed io me ne impadronii. Se fossimo
stati per terra, come altre notti, stesi dietro il cespuglio[3], è probabile
che avrei tirato immediatamente, senza perdere un secondo di tempo. Ma ero in
ginocchio, nel fosso scavato, ed il cespuglio mi stava di fronte come una
difesa di tiro a segno. Ero come in un
poligono[4]
e mi potevo prendere tutte le comodità per puntare. Poggiai bene i gomiti a
terra e cominciai a puntare.
L’ufficiale austriaco accese una sigaretta.
Ora egli fumava. Quella sigaretta creò un rapporto improvviso fra lui e me.
Appena ne vidi il fumo, anch’io sentii il bisogno di fumare. Questo mio
desiderio mi fece pensare che anch’io avevo delle sigarette. Fu un attimo. Il
mio atto del puntare, ch’era automatico, divenne ragionato. Dovetti pensare che
puntavo, e che puntavo contro qualcuno. L’indice che toccava il grilletto
allentò la pressione. Pensavo. Ero obbligato a pensare (…).
Avevo di fronte un ufficiale, giovane,
inconscio del pericolo che gli sovrastava. Non lo potevo sbagliare. Avrei
potuto sparare mille colpi a quella distanza, senza sbagliarne uno. Bastava che
premessi il grilletto: egli sarebbe stramazzato al suolo. Questa certezza che
la sua vita dipendesse dalla mia volontà, mi rese esitante. Avevo di fronte un
uomo. Un uomo!
Un uomo! Ne distinguevo gli occhi e i tratti
del viso. La luce dell’alba si faceva più chiara e il sole si annunziava dietro
la cima dei monti. Tirare così, a pochi passi, su un uomo… come su un
cinghiale! Cominciai a pensare che, forse, non avrei tirato. Pensavo. Condurre
all’assalto cento uomini, o mille, contro cento altri o altri mille è una cosa.
Prendere un uomo, staccarlo dal resto degli uomini e poi dire: “Ecco, sta’
fermo, io ti sparo, io t’uccido” è un’altra. È assolutamente un’altra cosa.
Lussu Emilio, Un anno sull’altipiano, Torino, Einaudi,
(Parigi, 1938 per la 1° ed.)
3. Trincee sul Podgora
Podgora è il toponimo
sloveno della località Piedimonte del Calvario, ora nel comune di Gorizia Bologna, Museo civico del Risorgimento. La più importante “Battaglia di
Podgora” ha avuto luogo il 19 luglio 1915.
4. Trincee di montagna
Fucilieri italiani
lasciando le loro trincee per attacare gli austro-ungarici.
Mark Thompson, The White War: Vita e morte sul fronte italiano 1915-1919.
[1] Passare al
varco – aller à la porte, disparaître.
[2] Afferare – attraper, saisir.
[3] Il cespuglio
– le buisson.
[4] Essere nel poligono
= essere dentro un campo per l’esercitazioni di armi da Fuoco.


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